<?xml version="1.0"?>
<?xml-stylesheet type="text/css" href="http://gospeltranslations.org/w/skins/common/feed.css?239"?>
<rss version="2.0" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">
	<channel>
		<title>Gospel Translations - User contributions [en]</title>
		<link>http://gospeltranslations.org/wiki/Special:Contributions/FrancescoPerilli</link>
		<description>From Gospel Translations</description>
		<language>en</language>
		<generator>MediaWiki 1.16alpha</generator>
		<lastBuildDate>Tue, 07 Apr 2026 11:55:02 GMT</lastBuildDate>
		<item>
			<title>Five Easy Steps/it</title>
			<link>http://gospeltranslations.org/wiki/Five_Easy_Steps/it</link>
			<description>&lt;p&gt;FrancescoPerilli: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{info|Cinque Semplici Passi}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’inizio di questa settimana stavo parlando con un mio carissimo amico che stava passando un brutto periodo segnato da delusioni, scoraggiamenti, trattamenti ingiusti e falsi pettegolezzi sul suo carattere e sulla sua opera cristiana. Rimasi commosso e colpito dalla sua reazione: “La mia più grande consolazione è semplicemente questa” disse, “Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione!” (1 Tim. 6:6).”&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una tale reazione alle avversità (che è il contesto in cui la soddisfazione cristiana viene sia messa alla prova che manifestata) non è mai il risultato della decisione transitoria della volontà, e non è neanche prodotta lontanamente dal possedere un piano di gestione della vita e del tempo ben ordinato, ragionato e calcolato per proteggerci dagli eventi della divina provvidenza. Significa semplicemente essere soddisfatti della volontà del Signore in ogni aspetto della Sua provvidenza. È, quindi legato a chi siamo noi, in ogni nostro ''essere''; non può essere portato a compimento semplicemente dal ''fare ''di più.&amp;amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Fare ed essere'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La soddisfazione è una grazia sottovalutata. Come nel diciassettesimo secolo quando Jeremiah Burroughs scrisse il suo capolavoro su questo tema, così oggi esso rimane “La Gemma Rara”. Se si potesse produrre con mezzi di programmazione (“I cinque passi per raggiungere la soddisfazione in un mese”), esso diventerebbe banale. Invece, i Cristiani devono scoprire la soddisfazione alla vecchia maniera: dobbiamo impararla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi, non possiamo “fare” la soddisfazione Ci è stata insegnata da Dio; ci ha istruito per questo. Fa parte del processo di trasformazione attraverso il rinnovamento del modo di pensare (Rom. 12:1-2). È comandato da noi, ma, paradossalmente, è fatto a noi, non da noi. Non è il prodotto di una serie di azioni, ma di un carattere rinnovato e trasformato. Soltanto buoni alberi danno buoni frutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pochi principi sembrano essere più difficili da comprendere per i Cristiani contemporanei. Delle direttive chiare per vivere in modo cristiano sono essenziali per noi. Ma, tristemente, molta della pesante corrente programmatica di insegnamento nell’evangelicalismo pone una ricompensa tale nel fare e nel raggiungere esteriormente che lo sviluppo del carattere viene quasi messo in saldo. I cristiani negli Stati Uniti, in particolare, devono accorgersi che vivono nella società più pragmatica della terra (se qualcuno può &amp;quot;farlo&amp;quot;, anche noi possiamo). È doloroso per l’orgoglio scoprire che la vita cristiana non pone le sue basi su ciò che possiamo fare, bensì su ciò che abbiamo bisogno che sia fatto a noi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcuni anni fa, feci un doloroso incontro con la mentalità del “dicci cosa fare, e lo faremo”. A metà di una conferenza di studenti cristiani, fui chiamato a presiedere un incontro con una loro delegazione poiché sentivano l’esigenza di confrontarsi con me a proposito dell’inadeguatezza di due mie esposizioni sulle Scritture. Il tema dato era ''Conoscere Cristo''. “Ci ha parlato per due ore”, si lamentavano “''e ancora non ci ha detto una singola cosa che possiamo fare''”. L’impazienza di fare nascose l’impazienza con il principio apostolico secondo cui è soltanto conoscendo Cristo che noi possiamo fare tutte le cose (cf. Fil. 3:10; 4:13).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come si applica tutto questo alla soddisfazione, il tema chiave di ''Tabletalk ''di questo mese?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La soddisfazione cristiana significa che la mia soddisfazione è indipendente dalle circostanze. Quando Paolo parla della sua propria soddisfazione in Filippesi 4:11, egli usa un termine molto comune nelle antiche scuole filosofiche greche degli Stoici e dei Cinici. Nel loro vocabolario, soddisfazione significava autosufficienza, nel senso di indipendenza dalle circostanze in divenire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma per Paolo il termine soddisfazione ha le sue radici, non nell’autosufficienza, ma nel sostentamento che è Cristo. (Fil. 4:13). Paolo diceva che avrebbe potuto fare ogni cosa in Cristo sia che fosse stato umiliato o ricco. Non saltate quest’ultima frase. È precisamente questa l’unione con Cristo e la scoperta della Sua adeguatezza che noi non possiamo avviare con le decisioni del momento. È il frutto di una relazione con Lui che è continua, intima e profondamente sviluppata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Usando le parole di Paolo, la soddisfazione è qualcosa che dobbiamo imparare. E qui c’è la chiave di volta di tutto il discorso: come impariamo a essere soddisfatti? Ci dobbiamo iscrivere alla scuola divina in cui veniamo istruiti su insegnamenti biblici ed esperienza della provvidenza.&amp;lt;br&amp;gt;Un buon esempio delle lezioni di questa scuola si trova nel Salmo 131. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Un Esempio Biblico'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel Salmo 131, Re Davide fornisce una vivida descrizione di ciò che significa per lui, imparare la soddisfazione. Egli descrive la sua esperienza portando l’esempio di un bambino svezzato che dalla sua dieta a base di latte passa al cibo solido: “Io ho l’anima mia distesa e tranquilla, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia” (Sai. 131:2).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immaginate la scena e ascoltate il suo suono. Essa risulterà ancora più vivida se ricordate che ai tempi del Vecchio Testamento lo svezzamento a volte non aveva luogo finché il bambino non aveva raggiunto l'età di tre o quattro anni! È abbastanza difficile per una madre affrontare i pianti di un bambino scontento, il rifiuto del cibo solido e la lotta durante il periodo di svezzamento. Immaginate che battaglia con un bambino di quattro anni! Questa è la misura della lotta a cui è andato incontro David prima di imparare la soddisfazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Due Grandi Problemi'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma qual era il significato di questa lotta? David ci aiuta ancora suggerendoci due grandi problemi che andavano affrontati nel corso della sua vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo” (Sai. 131:1 NIV). Egli non vuole dire che quell’ambizione in se stessa e in lui sia necessariamente sbagliata. Dopotutto, lui stesso si era messo in luce come successore al trono (1 Sam. 16:12-13). Ma egli aveva un’ambizione più grande: avere fiducia nella saggia opera di Dio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricordate le occasioni in cui lui avrebbe potuto impadronirsi del trono e del potere con mezzi che avrebbero compromesso il suo impegno con il Signore? Primo, Saul entrò proprio nella grotta in cui David e i suoi uomini si stavano nascondendo (1 Sam. 24:6). Poi, David e Abishai strisciarono nella tenda di Saul e lo trovarono addormentato (1 Sam. 26:9-11). Ma nel frattempo, egli era soddisfatto di vivere secondo le leggi di Dio, e di aspettare pazientemente i Suoi giorni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La soddisfazione Cristiana, quindi, è il frutto diretto di avere come ambizione più grande quella di appartenere al Signore e di essere totalmente a Sua disposizione, nel luogo che Lui decide, al tempo che Lui sceglie e nel modo a cui Lui fa più piacere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stato con matura saggezza, allora, che il giovane Robert Murray M’Cheyne scrisse, “La mia ambizione è sempre stata quella di non avere piani per me stesso”. “Che strano!” diremmo. Sì, ma ciò che le persone notavano in M’Cheyne era che non era tanto strano ciò che diceva o faceva – bensì era il suo modo di essere. Che, a sua volta, è il risultato dell'essere soddisfatto di una grande ambizione: “Che io possa conoscere Cristo” (Fil. 3:10). Non è casuale che, quando facciamo di Cristo la nostra ambizione, scopriamo che egli diviene il nostro sostentamento e impariamo la soddisfazione in ogni e tutte le circostanze.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Non vado in cerca di cose grandi. . . superiori alle mie forze” (Sai. 131:1 NIV). La soddisfazione è il frutto di uno stato mentale di consapevolezza dei propri limiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
David non permetteva a sé stesso di preoccuparsi di ciò che Dio non aveva piacere di concedergli, e non permetteva neanche alla sua mente di fissarsi su cose che Dio non aveva piacere di spiegargli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quelle preoccupazioni soffocavano la sua soddisfazione. Se insisto nel voler conoscere esattamente ciò che Dio sta facendo nelle mie circostanze e ciò che Egli sta pianificando per il mio futuro, se pretendo di capire le Sue vie nel mio passato, non sarò mai soddisfatto, alla fine, finché non sarò diventato uguale a Dio. Quanto siamo lenti nel riconoscere in queste sottili tentazioni mentali il sibilo del serpente dell’Eden che riecheggia, “Esprimi la tua insoddisfazione verso il comportamento di Dio, le Sue parole e le Sue azioni”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella nostra tradizione agostiniana, si è spesso detto che il primo peccato è stato quello della ''superbia''. Ma la cosa è un po’ più complessa; essa include anche insoddisfazione. Quando vediamo le cose sotto quella luce, riconosciamo quanto uno spirito insoddisfatto sia contro Dio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tenete a mente questi due principi e riuscirete facilmente a fuggire da questo vortice di insoddisfazione. Tornate nella scuola in cui farete progressi nel vostro essere cristiani. Studiate le vostre lezioni, ponetevi delle ambizioni, rendete Cristo la vostra preoccupazione, e imparerete a godere dei privilegi dell’essere veramente soddisfatti.&amp;lt;br&amp;gt;&lt;/div&gt;</description>
			<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 08:29:37 GMT</pubDate>			<dc:creator>FrancescoPerilli</dc:creator>			<comments>http://gospeltranslations.org/wiki/Talk:Five_Easy_Steps/it</comments>		</item>
		<item>
			<title>The King of Kings/it</title>
			<link>http://gospeltranslations.org/wiki/The_King_of_Kings/it</link>
			<description>&lt;p&gt;FrancescoPerilli: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{info|Il Re dei re}} &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Vangelo di Luca termina con un’affermazione sublimemente antitetica: “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. (24:50-53)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’antitesi di questo passaggio è che, mentre Luca descrive la partenza di Gesù da questo mondo, la risposta dei suoi discepoli è quella di tornare a Gerusalemme con “grande gioia”. Cosa c’è nella partenza di Gesù che porta i Suoi discepoli a provare un’emozione di pura euforia? Questa domanda è resa ancora più enigmatica se prendiamo in considerazione le emozioni mostrate dai discepoli quando Gesù, in precedenza, aveva detto loro che la sua partenza era vicina. In quel momento, l’idea che il loro Signore li avrebbe presto abbandonati, aveva scatenato in loro un sentimento di profondo rimorso. Sembrava che non vi potesse essere nulla di più triste della notizia della loro separazione da Gesù. Tuttavia, in un breve lasso di tempo, quella tristezza si era tramutata in un’inspiegabile gioia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci chiediamo quindi cos’è che ha provocato un cambiamento di emozioni così radicale nei cuori dei discepoli di Gesù. La risposta a quella domanda è alquanto evidente nel Nuovo Testamento. Nel tempo che intercorre tra l’annuncio fatto loro da Gesù sulla Sua imminente partenza e la Sua partenza effettiva, i discepoli si accorgono di due cose. In primo luogo capiscono perché Gesù stava partendo. In secondo luogo capiscono dove Egli sta andando. Gesù se ne stava andando non perché li avrebbe lasciati soli e senza una guida, ma perché sarebbe asceso al cielo. L’idea di ascensione del Nuovo Testamento ha un significato molto meno fisico del semplice salire al cielo o alla dimora del Paradiso. Durante la Sua Ascensione, Gesù stava andando in un posto specifico per una ragione specifica. Stava ascendendo al Paradiso per essere investito e incoronato come Re dei re e Signore dei signori. Il titolo del Nuovo Testamento era solito descrivere Gesù con il suo titolo regale di &amp;quot;Re dei re” e allo stesso modo con il titolo di “Signore dei signori” Questa particolare struttura letteraria ha un significato che va oltre la semplice posizione di autorità secondo cui Egli regnerà su tutti i re. Piuttosto, è una struttura che indica la supremazia di Gesù nella Sua maestà monarchica. Egli è il Re nel senso più alto della regalità. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In termini biblici, è impensabile avere un re senza un regno. Poiché Gesù ascende per essere incoronato come re, con quell’incoronazione viene anche la designazione da parte del Padre del regno sul quale Egli governerà. Quel regno è tutto il creato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi sono due errori macroscopici nella teologia moderna riguardanti il concetto biblico del regno di Dio. Il primo è che il regno è stato già consumato e nulla è rimasto per il regno di Cristo da manifestare. Una visione del genere può essere descritta come una realizzazione forzata dell’escatologia. Con la realizzazione della pienezza del regno, non ci sarebbe più quell’attesa impaziente in termini del trionfo di Cristo. L’altro errore, quello in cui crede un gran numero di Cristiani, è che il regno di Dio sia qualcosa di totalmente futuristico – cioè che il regno di Dio ancora non esista. Questa visione ha un'influenza così forte verso la dimensione futura del regno di Dio che anche quei passi del Nuovo Testamento come le Beatitudini di Matteo 5–7, non hanno applicazione nella chiesa odierna perché appartengono ad un’era futura del regno, che ancora non è iniziata. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ambedue le visioni violentano il chiaro insegnamento del Nuovo Testamento in cui il regno di Dio, in realtà, è già iniziato. Il Re è già al suo posto. Egli ha già ricevuto tutta l’autorità sul cielo e sulla terra. Ciò significa che proprio in questo momento, la suprema autorità su questo mondo e sull’intero cosmo è nelle mani del Re Gesù. Non vi è centimetro di terra o simbolo di potere su questo mondo che non sia sotto la Sua proprietà e il Suo governo in questo momento. Nella lettera di S. Paolo Apostolo ai Filippesi, al capitolo 2, nel cosiddetto inno kenotico, si dice che a Gesù è stato dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome. Il nome che Gli è stato dato e che si innalza su tutti gli altri nomi che si possano ricevere, è il nome riservato a Dio. Il titolo di Dio è Adonai, che significa “Colui che è assolutamente sovrano”. Ancora, questo titolo è di supremo governo per Colui che è il Re su tutto quello che è in terra. &amp;lt;br&amp;gt;La traduzione nel Nuovo Testamento del titolo adonai presente nel Vecchio Testamento è il termine signore. Quando Paolo dice che nel nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua lo proclamerà, la ragione di prostrarsi in obbedienza e per confessarsi è che essi stanno dichiarando con le loro labbra che Gesù è il Signore – ossia, che Egli è il sovrano regnante. Quella è stata la prima professione di fede dei primordi della chiesa cristiana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi Roma, nella sua tirannia pagana e fuorviante, cercò di imporre un giuramento di fedeltà all’imperatore culto della religione, in cui le persone dovevano recitare la frase kaisar kurios – “Cesare è il signore”. I Cristiani rispondevano mostrando ogni possibile forma di obbedienza civile, pagando le tasse, onorando il re, comportandosi da cittadini modello; ma in buona coscienza non potevano obbedire al mandato di Cesare di proclamarlo loro signore. La loro risposta al giuramento di fedeltà, kaisar kurios, fu tanto profondo nelle sue ramificazioni come semplice nella sua formula: Jesus ho kurios, Gesù è il Signore. L’autorità di Gesù non è semplicemente una speranza per i Cristiani che possa essere realizzata un giorno; è la verità che si è già verificata. È il compito della chiesa essere testimone del regno invisibile, o come afferma Calvino, è compito della chiesa rendere visibile il regno invisibile di Cristo. Sebbene invisibile, cionondimeno è reale.&lt;/div&gt;</description>
			<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 16:29:08 GMT</pubDate>			<dc:creator>FrancescoPerilli</dc:creator>			<comments>http://gospeltranslations.org/wiki/Talk:The_King_of_Kings/it</comments>		</item>
		<item>
			<title>The King of Kings/it</title>
			<link>http://gospeltranslations.org/wiki/The_King_of_Kings/it</link>
			<description>&lt;p&gt;FrancescoPerilli: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{info|Il Re dei re}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Vangelo di Luca termina con un’affermazione sublimemente antitetica: “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. (24:50-53)&amp;lt;br&amp;gt;L’antitesi di questo passaggio è che, mentre Luca descrive la partenza di Gesù da questo mondo, la risposta dei suoi discepoli è quella di tornare a Gerusalemme con “grande gioia”. Cosa c’è nella partenza di Gesù che porta i Suoi discepoli a provare un’emozione di pura euforia? Questa domanda è resa ancora più enigmatica se prendiamo in considerazione le emozioni mostrate dai discepoli quando Gesù, in precedenza, aveva detto loro che la sua partenza era vicina. In quel momento, l’idea che il loro Signore li avrebbe presto abbandonati, aveva scatenato in loro un sentimento di profondo rimorso. Sembrava che non vi potesse essere nulla di più triste della notizia della loro separazione da Gesù. Tuttavia, in un breve lasso di tempo, quella tristezza si era tramutata in un’inspiegabile gioia.&amp;lt;br&amp;gt;Ci chiediamo quindi cos’è che ha provocato un cambiamento di emozioni così radicale nei cuori dei discepoli di Gesù. La risposta a quella domanda è alquanto evidente nel Nuovo Testamento. Nel tempo che intercorre tra l’annuncio fatto loro da Gesù sulla Sua imminente partenza e la Sua partenza effettiva, i discepoli si accorgono di due cose. In primo luogo capiscono perché Gesù stava partendo. In secondo luogo capiscono dove Egli sta andando. Gesù se ne stava andando non perché li avrebbe lasciati soli e senza una guida, ma perché sarebbe asceso al cielo. L’idea di ascensione del Nuovo Testamento ha un significato molto meno fisico del semplice salire al cielo o alla dimora del Paradiso. Durante la Sua Ascensione, Gesù stava andando in un posto specifico per una ragione specifica. Stava ascendendo al Paradiso per essere investito e incoronato come Re dei re e Signore dei signori. Il titolo del Nuovo Testamento era solito descrivere Gesù con il suo titolo regale di &amp;quot;Re dei re” e allo stesso modo con il titolo di “Signore dei signori” Questa particolare struttura letteraria ha un significato che va oltre la semplice posizione di autorità secondo cui Egli regnerà su tutti i re. Piuttosto, è una struttura che indica la supremazia di Gesù nella Sua maestà monarchica. Egli è il Re nel senso più alto della regalità. &amp;lt;br&amp;gt;In termini biblici, è impensabile avere un re senza un regno. Poiché Gesù ascende per essere incoronato come re, con quell’incoronazione viene anche la designazione da parte del Padre del regno sul quale Egli governerà. Quel regno è tutto il creato. &amp;lt;br&amp;gt;Vi sono due errori macroscopici nella teologia moderna riguardanti il concetto biblico del regno di Dio. Il primo è che il regno è stato già consumato e nulla è rimasto per il regno di Cristo da manifestare. Una visione del genere può essere descritta come una realizzazione forzata dell’escatologia. Con la realizzazione della pienezza del regno, non ci sarebbe più quell’attesa impaziente in termini del trionfo di Cristo. L’altro errore, quello in cui crede un gran numero di Cristiani, è che il regno di Dio sia qualcosa di totalmente futuristico – cioè che il regno di Dio ancora non esista. Questa visione ha un'influenza così forte verso la dimensione futura del regno di Dio che anche quei passi del Nuovo Testamento come le Beatitudini di Matteo 5–7, non hanno applicazione nella chiesa odierna perché appartengono ad un’era futura del regno, che ancora non è iniziata. &amp;lt;br&amp;gt;Ambedue le visioni violentano il chiaro insegnamento del Nuovo Testamento in cui il regno di Dio, in realtà, è già iniziato. Il Re è già al suo posto. Egli ha già ricevuto tutta l’autorità sul cielo e sulla terra. Ciò significa che proprio in questo momento, la suprema autorità su questo mondo e sull’intero cosmo è nelle mani del Re Gesù. Non vi è centimetro di terra o simbolo di potere su questo mondo che non sia sotto la Sua proprietà e il Suo governo in questo momento. Nella lettera di S. Paolo Apostolo ai Filippesi, al capitolo 2, nel cosiddetto inno kenotico, si dice che a Gesù è stato dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome. Il nome che Gli è stato dato e che si innalza su tutti gli altri nomi che si possano ricevere, è il nome riservato a Dio. Il titolo di Dio è Adonai, che significa “Colui che è assolutamente sovrano”. Ancora, questo titolo è di supremo governo per Colui che è il Re su tutto quello che è in terra. &amp;lt;br&amp;gt;La traduzione nel Nuovo Testamento del titolo adonai presente nel Vecchio Testamento è il termine signore. Quando Paolo dice che nel nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua lo proclamerà, la ragione di prostrarsi in obbedienza e per confessarsi è che essi stanno dichiarando con le loro labbra che Gesù è il Signore – ossia, che Egli è il sovrano regnante. Quella è stata la prima professione di fede dei primordi della chiesa cristiana. Poi Roma, nella sua tirannia pagana e fuorviante, cercò di imporre un giuramento di fedeltà all’imperatore culto della religione, in cui le persone dovevano recitare la frase kaisar kurios – “Cesare è il signore”. I Cristiani rispondevano mostrando ogni possibile forma di obbedienza civile, pagando le tasse, onorando il re, comportandosi da cittadini modello; ma in buona coscienza non potevano obbedire al mandato di Cesare di proclamarlo loro signore. La loro risposta al giuramento di fedeltà, kaisar kurios, fu tanto profondo nelle sue ramificazioni come semplice nella sua formula: Jesus ho kurios, Gesù è il Signore. L’autorità di Gesù non è semplicemente una speranza per i Cristiani che possa essere realizzata un giorno; è la verità che si è già verificata. È il compito della chiesa essere testimone del regno invisibile, o come afferma Calvino, è compito della chiesa rendere visibile il regno invisibile di Cristo. Sebbene invisibile, cionondimeno è reale.&lt;/div&gt;</description>
			<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 16:20:47 GMT</pubDate>			<dc:creator>FrancescoPerilli</dc:creator>			<comments>http://gospeltranslations.org/wiki/Talk:The_King_of_Kings/it</comments>		</item>
	</channel>
</rss>